Riforma Schillaci bocciata dai mmg, a rischio il via delle Case di Comunità a fine giugno

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Roma, 21 maggio – La domanda delle cento pistole è: riusciranno le mille e più nuove Case di Comunità, cuore della riforma dell’assistenza sanitaria di prossimità costate due miliardi di euro (fondi Pnrr), a partire lancia in resta entro la data prevista (fine giugno 2026, praticamente domani) per cominciare a fare ciò per cui nascono, ovvero assicurare ai cittadini una vera continuità dell’assistenza sul territorio, funzionando come punto unico di accesso per le attività di prevenzione, cura e riabilitazione, soprattutto per i cittadini fragili per malattia o condizione sociale o affetti da malattie croniche, diventando così il centro in cui si organizzano tutti i servizi sanitari della Asl, anche al fine di ridurre il ricorso improprio a Pronto soccorso e ospedali per problemi di salute non realmente urgenti né gravi?

Difficile essere ottimisti e rispondere affermativamente, alla luce di quanto accade: la riforma dei medici di famiglia proposta dal ministro della Salute Orazio Schillaci (nella foto) e sostenuta dalle Regioni, è andata a sbattere contro il muro della feroce opposizione dei diretti interessati, i cui sindacati si sono subito mobilitati minacciando scioperi e mobilitazioni, come a suo tempo riferito qui dal nostro giornale. Per i camici bianchi, la riforma di Schillaci è sbagliata nel metodo – è stata calata dall’alto, senza alcun confronto con i diretti interessati – e nel merito, perché ritengono che il disegno di trasformare i medici di famiglia in dipendenti di strutture pubbliche ingesserebbe ancora di più il loro lavoro, burocratizzandolo ulteriormente.

Con il paradossale risultato, sostengono i sindacati dei medici, di aggravare le lamentate carenze di risposta della medicina generale sul territorio e, per sovrammercato, di rendere ancora meno attrattiva la professione dei medici di famiglia. La preoccupazione dei medici di famiglia, e in particolare del loro sindacato maggioritario, la Fimgg, è chiara: la riforma di Schillaci finirebbe per trasformare professionisti che per decenni, nel rapporto fiduciario con i loro pazienti, hanno fatto leva sulla continuità clinica in figure professionali inserite in turnazioni e funzioni standardizzate, in un modello di medicina generale compresso dentro logiche organizzative più rigide che potrebbero essere d’ostacolo alla relazione terapeutica con i pazienti.

Meno rigida la posizione di altre sigle sindacali: Snami e Smi, ad esempio, pur protestando entrambi contro il decreto del ministro, sono aperti a valutarne i contenuti, per capire se siano tutti inaccettabili o il provvedimento contenga anche aspetti compatibili con il ruolo del medico di famiglia. La premessa è che non c’è nessuna ostilità pregiudiziale alla necessità di modernizzare la medicina generale, obiettivo perseguito dagli stessi medici, che ne chiedono anche il rafforzamento, ma si tratta di obiettivi che vanno perseguiti e raggiunti senza snaturare la funzione fiduciaria e continuativa del medico di famiglia.

Alla luce del muro contro muro in atto, il Governo (la riforma dei medici di famiglia da cooptare anche nelle Case di comunità era stata condivisa da Schillaci con la premier Giorgia Meloni, che qualche settimana fa aveva ribadito il suo imprimatur invitando il ministro della Salute ad andare avanti) rischia davvero di trovarsi a fine giugno di fronte non davanti al sorgere di una nuova e più radiosa alba per la sanità italiana, ma a un clamoroso (e costoso) fallimento. Perché è del tutto evidente che le Case di Comunità senza i medici di famiglia non si alzerebbero da terra.

Una prospettiva che preoccupa molto la maggioranza che governa il Paese, dove – a quanti avevano già preso le distanze dal disegno riformatore di Schillaci, come Forza Italia – si vanno aggiungendo anche “pezzi” importanti del partito della Presidente del Consiglio, all’interno del quale crescono di giorno in giorno dubbi e perplessità.

Il pericolo concreto del flop rende fin troppo facile prevedere qualche importante correzione di rotta a strettissimo giro. Quale possa essere, lo scopriremo solo vivendo, anche se è ragionevole ritenere che si cercherà di intervenire sul punto nodale della questione, ovvero il rapporto di lavoro che legherà i medici di famiglia alle Case di Comunità. Dopo laboriose riscritture, la proposta di Schillaci nella sua ultima versione prevede il mantenimento dell’attuale accordo convenzionale (in ragione del quale i medici di medicina generale sono liberi professionisti che lavorano il Ssn),che viene però affiancato dalla possibilità di diventare, su base volontaria, dipendenti pubblici con un rapporto di lavoro subordinato come gli ospedalieri. Si tratterebbe di un’opzione e non di un obbligo, anche se il punto resta ancora tutt’altro che ben precisato.

Ma anche in questa versione soft, l’idea della dipendenza, soprattutto in casa Fimmg, gode meno simpatie di una spina conficcata sotto un’unghia. E dunque, come in un thriller che si rispetti, toccherà aspettare l’ultima pagina per scoprire come andrà a finire.

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