Roma, 9 maggio – I termini dello scontro, durissimo, sono noti. Da una parte c’è il Governo, con il ministro della Sanità Orazio Schillaci (nella foto), che preme con forza per ridisegnare la medicina generale italiana, facendo leva sulla trasformazione del loro rapporto di lavoro con il Ssn e il pieno inserimento di questi professionisti nelle Case della comunità, nuovo caposaldo dell’assistenza sul territorio. Nella visione di Schillaci già illustrata alla Conferenza delle Regioni, il mmg dovrà essere il centro dell’assistenza territoriale diventando il “motore” delle Case di Comunità che stanno aprendo in tutta Italia, con un contratto da dipendente, su base volontaria, con il Servizio sanitario nazionale. A giudizio del ministro, questo modello – da mettere a terra il prima possibile – “darà agli italiani una sanità più efficiente e vicina ai cittadini, in particolare ai più fragili”.
Il disegno governativo di riforma dell’assistenza primaria
Per fare presto, la strada migliore individuata da Schillaci è quella di un decreto-legge la cui approvazione potrebbe arrivare entro la fine di maggio, dando così il via alla svolta necessaria per una “profonda innovazione” del Ssn, possibile solo rendendo il ruolo dei medici di base una “componente stabile del modello organizzativo” delle Case di comunità. Obiettivo, questo, che si vuole raggiungere offrendo ai medici di medicina generale, oggi convenzionati con le Asl, la possibilità di diventare, su base volontaria, dipendenti pubblici, con un rapporto di lavoro subordinato come gli ospedalieri. Si tratterebbe di un’opzione, non di un obbligo: il disegno governativo non cancella la convenzione (ipotesi considerata in origine ma subito abbandonata dopo il fuoco di sbarramento subito alzato dai medici) ma introduce un sistema misto, che potrebbe essere in futuro sempre più esteso, con un percorso programmato e progressivo non meglio precisato.
In tutto questo, resta da definire anche l’aspetto (non proprio secondario) della retribuzione degli mmg, oggi calcolata sulla base della quota capitaria e dunque in base al numero di pazienti. Un modello che – nell’ipotesi di riforma governativa – lascerebbe il posto a compensi calcolati in base alla partecipazione al lavoro nella rete territoriale, alla presa in carico di un certo numero di pazienti cronici e fragili.
L’opposizione della Fimmg, che proclama lo stato d’agitazione
Una proposta di riforma, quella disegnata dal Governo, alla quale la Fimmg, la federazione dei medici di famiglia, si oppone con fermezza ed energia, tanto da avere già proclamato lo stato di agitazione della categoria, chiedendo un immediato passo indietro e denunciando “l’assenza totale di confronto preventivo” sulla prospettata adozione di un decreto-legge per il riordino dell’assistenza primaria territoriale.
“Chi, senza confronto con chi ci lavora ogni giorno, vuole riformare l’attuale modello di assistenza primaria – la cui validità è certificata dai dati Ocse – non sta difendendo i pazienti ma sta mettendo a rischio i loro diritti” si legge in un documento ufficiale approvato e licenziato nei giorni scorsi dalla segreteria nazionale della Fimmg, guidata da Silvestro Scott
i (nella foto). Secondo la Federazione, il modello al quale guarda il Governo, “centralizzato e burocratico”, con la sua proposta di trasformare i medici di medicina generale in dipendenti di strutture pubbliche “non è una soluzione alla carenza: è la garanzia di aggravarla”. Con il rischio inevitabile di rendere quella dei medici di medicina generale una professione “sempre meno attrattiva” per le nuove generazioni a causa dell’incertezza normativa e contrattuale.
Nel documento, la Fimmg ricorda che dati recenti dell’Ocse presentati qualche giorno fa in occasione di un convengo organizzato dal Cnel supportano la validità dell’attuale sistema di assistenza primaria italiano, evidenziando come l’Italia, rispetto ad altri Paesi, presenti tassi di ricovero ospedaliero eccezionalmente bassi per le malattie croniche grazie a un solido sistema di assistenza primaria. Tra gli indicatori citati a sostegno di questa conclusione, i dati di mortalità evitabile sotto la media europea, i ricoveri per cronicità tra i più bassi dell’Unione europea e una dotazione complessiva di medici pari a 5,4 ogni mille abitanti, superiore di oltre il 25% rispetto alla media europea.
Secondo il sindacato, il vero nodo non sarebbe dunque il modello organizzativo, ma il progressivo calo dei medici di famiglia, sbocco professionale sempre meno appetibile per i laureati in farmacia: “La densità degli mmg” si legge nel documento Fimmg “è crollata del 13% nell’ultimo decennio. Non perché il modello sia sbagliato, ma perché nessuno lo ha reso attrattivo”.
La federazione dei medici di famiglia denuncia anche “il clima di incertezza istituzionale e professionale” generato dalla circolazione di bozze di riforma “prive di perimetro certo”, accusando il Governo di sovrapporre il decreto agli strumenti contrattuali già esistenti, “a partire dall’Acn”. Per questo, trascorsi i termini previsti dalle procedure di raffreddamento e conciliazione, la Fimmg annuncia che “si riserva di mettere in atto ogni legittima forma di protesta, fino alla proclamazione di scioperi”.
No alla riforma anche dalla Federazione dei medici territoriali
Il confronto sulla riforma dell’assistenza territoriale e sul futuro ruolo dei medici di medicina generale all’interno del Ssn, raggiunge dunque subito temperature altissime. Al niet all’ipotesi di riforma governativa si aggiunge anche la Federazione dei medici territoriali: “I giovani medici scappano da questa straordinaria professione” spiega il segretario nazionale Francesco Esposito “e ora si rilancia la dipendenza, cioè burocratizzare ancora di più il nostro lavoro, già schiacciato da decine di compiti onerosi e impropri. Questo decreto aumenterà l’effetto fuga dalla medicina di famiglia e, cosa peggiore, può contribuire a distruggere la capillarità degli studi medici soprattutto nei piccoli centri, in quelli montani e più isolati, dove c’è una popolazione più anziana con maggiore incidenza di pazienti con cronicità e fragilità”.


