Emicrania, le terapie preventive possono migliorare la qualità di vita di chi ne soffre

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Roma, 25 febbraio – Un miliardo di persone nel mondo (tra le quali sei milioni di italiani) soffrono di emicrania, seconda malattia più disabilitante su scala globale. A soffrirne di più sono le donne, con un rapporto di 3 a 1 rispetto agli uomini e attacchi più frequenti e di intensità e durata maggiori.

Una condizione patologica che impatta in modo devastante sulla vita delle persone, rubando loro tempo di vita, per i ricorrenti attacchi dolorosi che periodicamente impediscono di fare qualsiasi cosa ma anche per il perenne stato di paura in cui si vive in attesa dell’arrivo dell’attacco successivo.

Per fortuna, da qualche anno a questa parte sono stati compiuti significativi progressi in ambito terapeutico, con nuove opzioni di cura e una rinnovata valutazione della qualità di vita dei pazienti con emicrania che hanno prodotto risultati importanti. Se ne è parlato a Milano durante l’evento nazionale Emicrania: Una storia di tempo ritrovato, promosso da AbbVie, con la partecipazione di clinici, associazioni dei pazienti ed esperti che si sono ritrovati per confrontarsi sul concetto di prevenzione e di libertà e per delineare le prospettive future nella gestione della malattia.

“L’Organizzazione mondiale della sanità considera una giornata vissuta con emicrania severa invalidante quanto una giornata vissuta con demenza, tetraplegia o psicosi acuta” ha dichiarato Simona Sacco (nella foto),  professore ordinario di Neurologia  all’Università degli Studi dell’Aquila. “Questo dato è ancor più significativo se si tiene conto del fatto che l’emicrania, spesso, si manifesta nella fascia di età tra i 25 e i 55 anni, quindi nella fase più attiva e produttiva della vita. La qualità di vita dei pazienti con emicrania, dunque, può essere fortemente compromessa in questi anni centrali dell’esistenza con un conseguente impatto sul sistema sanitario nazionale e sul sistema sociale in generale”.

L’impatto della malattia è decisamente rilevante anche dal punto di vista economico, ha aggiunto la docente abruzzese, perché annovera  “costi sanitari diretti (legati all’assistenza specialistica, ospedaliera e farmaceutica), costi diretti non sanitari (relativi, ad esempio, all’acquisto di dispositivi) e, infine, indiretti (riconducibili alla perdita di produttività di paziente e caregiver). In studi europei, il costo annuo associato all’emicrania è stato stimato tra i 18 e i 27 miliardi di euro. Investire sulla prevenzione, oltre a migliorare la qualità di vita delle persone, ha delle ripercussioni anche sui costi sostenuti dal Ssn”.

“Negli ultimi anni, le opzioni terapeutiche a disposizione per il trattamento dell’emicrania sono notevolmente aumentate, grazie all’introduzione di terapie preventive sempre più mirate che contrastano il Cgrp (peptide correlato al gene della calcitonina)” ha affermato Pierangelo Geppetti, professore emerito di Farmacologia clinica del Dipartimento di Scienze della salute dellìUniversità di Firenze. “Il Cgrp è il principale neuropeptide rilasciato dai terminali del nervo trigemino e che causa l’attacco emicranico. Oggi, dopo numerosi anni di studi, sono disponibili trattamenti specifici in grado di bloccarne l’azione e così prevenire gli attacchi”.

“Obiettivi principali di una terapia preventiva, generalmente prescritta quando il paziente riferisce 4 o più giorni al mese di emicrania” ha evidenziato Geppetti “sono quelli di ridurre la frequenza e l’intensità degli attacchi e migliorare la qualità di vita del paziente, riportandolo ad una normale efficienza fisica. L’ottimo profilo di efficacia e di sicurezza degli anticorpi monoclonali anti-Cgrp e, più recentemente, dei gepanti, ovvero piccole molecole dirette contro il recettore del Cgrp, costituisce la base per un vero e proprio cambio di paradigma nella terapia dell’emicrania, ora più efficace e sicura rispetto alle precedenti cure”.

“La decisione di iniziare una terapia di prevenzione dipende dalla frequenza degli attacchi, durata e gravità oltre che da quanto questi incidono negativamente sulla qualità di vita delle persone”  ha proseguito Cristina Tassorelli, professore ordinario di Neurologia, dell’Università di Pavia (nella foto). “L’emicrania è una malattia che può accompagnare chi ne soffre anche per decenni, a volte per tutta la vita. Avere a disposizione un armamentario di terapie mirate agli attacchi e personalizzabili a seconda delle specificità e delle necessità del singolo paziente rappresenta una svolta positiva per loro, che possono approcciarsi alla quotidianità con una rinnovata accezione di ‘libertà’. Nello scenario terapeutico della prevenzione dell’emicrania, atogepant è una nuova opzione che si è rivelata efficace” ha quindi concluso Tassorelli. “I dati che provengono dagli studi clinici ci dicono che, negli studi a lungo termine in aperto, quasi la metà delle persone con emicrania episodica ha ottenuto la totale libertà dall’emicrania, nell’ultimo mese di trattamento con atogepant ad un anno di terapia”.

“L’emicrania tende ad essere sottovalutata e sotto-diagnosticata, con conseguente ritardo nell’accesso alla diagnosi e ai percorsi terapeutici dedicati: un tempo segnato da profonda sofferenza, solitudine, peggioramento della patologia e della qualità di vita, elevato volume di visite ed esami inappropriati”  ha aggiunto Nicoletta Orthmann, direttrice medico-scientifica di Fondazione Onda Ets (nella foto). “Le conoscenze e le terapie che abbiamo oggi a disposizione consentono di restituire un tempo di qualità alle persone che soffrono di emicrania”.

Alessandra Sorrentino, presidente di Al.Ce (Alleanza Cefalalgici) e di Fondazione Cirna, ha spostato l’attenzione sul completo cambiamento  dello scenario terapeutico rispetto a 10 anni fa, anche se  “c’è ancora tanto da fare per combattere lo stigma e l’isolamento delle persone che soffrono di emicrania. Siamo davanti una storia di tempo ritrovato, grazie a nuove opzioni terapeutiche efficaci e specifiche che possono contribuire a migliorare la qualità di vita dei pazienti”.

L’approccio alla gestione dei pazienti con emicrania “dovrebbe basarsi su un modello organizzativo strutturato su tre livelli: il primo costituito dai neurologi che lavorano nei poliambulatori specialistici e divisionali, così come nelle Case di Comunità”  ha sottolineato Alessandro Padovani (nella foto), presidente della Società italiana di neurologia (Sin) e direttore dell’Istituto di Neurologia clinica presso il Dipartimento di Scienze Cliniche e Sperimentali dell’Università di Brescia “il secondo da neurologi esperti di cefalea all’interno di strutture ospedaliere con ambulatori dedicati; il terzo da neurologi che lavorano nei Centri riconosciuti, quindi strutture con competenze specialistiche in grado di gestire le cefalee più complesse e disabilitanti e di somministrare terapie specifiche. L’auspicio per il futuro è che sia i centri di secondo che quelli di terzo livello possano offrire tutte le terapie e trattamenti specifici e mirati per l’emicrania oggi disponibili, tra cui atogepant, che andrebbe considerato di prima linea per la prevenzione dell’emicrania, senza dover attendere un precedente fallimento di altre classi di farmaci aspecifiche”.

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