Roma, 7 ottobre – Che fine ha fatto il Nitag, il Gruppo tecnico consultivo nazionale sulle vaccinazioni al centro di roventi polemiche nell’estate che ci siamo lasciati alle spalle, per la nomina tra i suoi componenti di due medici gravitanti nella galassia no vax, con la conseguente levata di studi dell’intera comunità medico-scientifica italiana, così veemente da indurre il ministro della Salute Orazio Schillaci ad azzerare tutte le nomine, rimandando a tempi migliori le decisioni per la composizione del nuovo comitato?
Se lo è chiesto l’agenzia Adnkronos Salute, riferendo di aver appreso che il supporto nell’elaborazione dei piani di prevenzione vaccinale – ovvero il compito del Nitag – potrebbe essere affidato al Consiglio superiore di sanità (Css); in particolare alla Sezione III che si occupa di prevenzione primaria e secondaria, che ha come materie di competenza anche la profilassi delle malattie infettive e diffusive. Il Css è stato nominato a inizio giugno e rimarrà in carica fino al 2028. Niente più Nitag, insomma, ma un conferimento delle sue funzioni al massimo organo tecnico e consultivo del Ministero della Salute.
L’affaire Nitag, come si ricorderà, è esploso in pieno agosto, con il decreto di nomina dei suoi nuovi componenti firmato il 5 agosto dal ministro Schillaci, essendo il precedente comitato scaduto. Tra i nomi spuntarono però quelli di Eugenio Serravalle, pediatra e docente a Pisa, e Paolo Bellavite, già docente Università di Verona, che in passato avevano reiteratamente espresso posizioni contrarie alle politiche vaccinali. Due nomine che non potevano passare inosservate e hanno subito innescato una serie di reazioni: Francesca Russo, responsabile della Prevenzione della Regione Veneto, fu la prima a dichiarare pubblicamente, nero su bianco, la sua rinuncia all’incarico a causa della presenza nel gruppo di “componenti che, in passato, hanno più volte espresso pubblicamente posizioni non coerenti con le evidenze scientifiche in materia di vaccinazioni”.
Da lì in poi, con una sorta di effetto domino, si sollevò uno tsunami di proteste e critiche, con la discesa in campo di società scientifiche, come la Siti, e addirittura una petizione lanciata dall’associazione Patto per la scienza subito, subito supportata anche dal premio Nobel Giorgio Parisi e altri nomi illustri della scienza (come Silvio Garattini) capace di raccogliere 35mila firme. Ma a far sentire la sua voce in pratica tutto il mondo medico-scientifico, compresa la Federazione degli Ordini dei medici, con l’esplicita richiesta di un passo indietro rispetto alle nomine degli esponenti no vax. E, inutile dirlo, la questione sollevò durissime polemiche anche a livello politico, non solo tra le opposizioni, ma anche con qualche mal di pania in alcuni settori della maggioranza.
Ce n’era più che abbastanza per spingere Schillaci (medico, docente universitario e uomo di scienza) a fare macchina indietro, firmando il 16 agosto un decreto con il quale veniva revocata la nomina del Nitag. “La tutela della salute pubblica richiede la massima attenzione e un lavoro serio, rigoroso e lontano dal clamore” spiegava il ministro nella nota che annunciava l’azzeramento del comitato. “Con questo spirito abbiamo sempre lavorato e continueremo ad agire nell’esclusivo interesse dei cittadini”.
La decisione di Schillaci fu ovviamente mal digerita da molti colleghi della maggioranza di governo, in particolare quelli (a partire dal vicepremier Matteo Salvini) già più volte segnalatisi per strizzare l’occhio al movimento no vax. Anche da Palazzo Chigi trapelò “forte disappunto” per una scelta definita da Giorgia Meloni “non concordata”. La premier avrebbe gradito più prudenza, sostenendo, come riportò il Corriere della Sera, che “da sempre nel governo noi crediamo nel pluralismo e nel confronto delle opinioni”. Posizione che riflettev anche il malumore in Fratelli d’Italia, dove la revoca venne giudicata affrettata e dettata dal clamore mediatico. ,
Ora Adnkronos Salute anticipa la possibilità di una soluzione che taglia in radice ogni polemica: il Css, organo istituzionale, è al di sopra di ogni polemica, fondata o meno che sia. E Schillaci, con ogni probabilità (se davvero l’ipotesi prefigurata dall’agenzia si realizzasse) riuscirebbe ad evitare altre tempeste, che non sarebbero certamente mancate se avesse provveduto a nominare un nuovo Nitag. In un Governo dove la stessa premier e molti altri esponenti del partito di maggioranza relativa non mancarono ad agosto di esprimere malumore per una revoca giudicata affrettata e dettata dal clamore mediatico, è dura mantenere la barra dritta sul ruolo della medicina e della scienza nelle scelte di sanità pubblica. E a Schillaci va certamente riconosciuto il merito, nel caso Nitag, di esserci riuscito, superando senza avvelnare il clima alzando i toni gli attacchi (forse interessati) di chi andava strologando sulla necessità di pluralismo e di confronto delle opinioni. Cosa certamente sacrosanta in politica, ma priva di senso in ambito scientifico: il pluralismo è infatti un elemento costitutivo del metodo scientifico, delle sue prassi e quindi dei suoi prodotti e risultati. Un vaccino, per fare un esempio di stretta pertinenza con le polemiche estive, diventa pratica terapeutica e clinica soltanto dopo essere stato sottoposto a ogni possibile studio e a tutte le ipotesi contrarie sotto le stesse regole di verifica, fino ad emergere alla prova dei fatti come la migliore soluzione.
Questo è scienza, non certo chi pretende diritto di cittadinanza per ipotesi già riconosciute false e prive di fondamento, vuote, non testabili, o che rovesciano l’onere della prova chiedendo agli altri di smentirle: semplicemente, non sono ammissibili, e non per censura ma perché mancano dei requisiti minimi per essere pesate. Il punto di caduta della richiesta di pluralismo cui sono abituati non pochi esponenti della politica è proprio qui.
Ogni politico che rivendichi il “pluralismo” nei tavoli scientifici (come fecero ad agosto, tra gli altri, pezzi da novanta come la premier Meloni, il vicepremier Salvini, il ministro Francesco Lollobrigida e il capogruppo di FdI alla Camera Galeazzo Bignami) non lo fa per difendere la democrazia o la libertà, ma per costruire una narrazione conveniente ai propri scopi e interessi politici. Lo spiegò bene qualche mese fa il quotidiano Il Foglio (non esattamente un giornale di sinistra…): presentare la scelta di Schillaci di sciogliere il Nitag come un torto al pluralismo, significa solo e semplicemente attaccare l’uso imparziale del metodo scientifico nel decidere quale sia una posizione degna di esame e quale no.
“Nel campo dei fatti” argomentava Enrico Bucci in un articolo intitolato con molta pertinenza Contro il populismo sanitario pubblicato su Il Foglio dello scorso 25 agosto “non esiste diritto di rappresentanza che non sia quello delle misure e dei numeri, e la discussione si fa con il metodo della scienza nelle sedi opportune e prima di arrivare in comitati che debbono sintetizzare le prove disponibili. Chiedere posto al tavolo per posizioni o già smentite o prive di verificabilità (come la comunità scientifica nazionale tutta ha dichiarato nel caso del Nitag), non è tutela della libertà, è licenza di manomettere il metro di decisioni che, come quelle relative ai vaccini, dovrebbero basarsi sui fatti”.


