Innovativi, in Italia accesso dopo 393 giorni dall’ok Ue. Cattani: “Serve un altro approccio”

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Roma, 25 maggio – Farmaci innovativi: secondo il report Wait 2025 dell’Efpia, la federazione europea delle industrie dei farmaci e delle loro associazioni, nel nostro Paese serve in media più di un anno (393 giorni), a partire dal via libera dell’Agenzia europea del farmaco, per rendere accessibile una nuova terapia. Può sembrare e in effetti è un tempo lunghissimo, soprattutto se considerato dal punto di vista dei malati che attendono le nuove molecole, ma va anche detto (per quanto non sia certo consolatorio) che altri Paesi fanno decisamente peggio, come attesta il dato della lunghezza media dell’attesa nella Ue, superiore ai 530 giorni, a dimostrazione del fatto che il nostro continente soffre in tutta evidenza di un rallentamento strutturale nell’accesso all’innovazione terapeutica.

Il problema, però, non riguarda davvero tutti i Paesi: in Germania, ad esempio, i nuovi medicinali arrivano ai pazienti in meno di due mesi, contro le attese che superano i tre anni di alcuni Paesi dell’Est. L’Italia si colloca in una fascia intermedia: siamo in grado di garantire una disponibilità relativamente ampia dei farmaci innovativi via via immessi sul mercato, ma con tempi che sono comunque ancora lunghi e con forti differenze territoriali nell’accesso alle cure.

I ritardi riguardano soprattutto i farmaci ad alta innovazione: per le nuove terapie oncologiche l’attesa supera i 420 giorni ed è ancora più alta (450 giorni e oltre) per i farmaci orfani destinati alle malattie rare. Il problema, secondo gli operatori del settore, non riguarda solo le autorizzazioni nazionali ma anche la frammentazione regionale, che continua a creare differenze nell’accesso alle cure tra i diversi territori.

La già complicata situazione si è trovata da ultimo a fare i conti con le nuove politiche sui farmaci dell’amministrazione USA guidata da Donald Tump, e in particolare con l’introduzione della clausola della Most favored nation, il “grimaldello” voluto dal presidente americano per allineare i prezzi dei medicinali negli USA a quelli sensibilmente più bassi praticati in altri Paesi occidentali, Italia compresa. Un meccanismo, quello della Mnf, che potrebbe spingere le aziende a ritardare il lancio dei nuovi farmaci nei mercati europei con prezzi più contenuti, per evitare ripercussioni sui listini americani, con il rischio che l’Europa perda ulteriore terreno nell’accesso alle terapie innovative.

La forte interconnessione a livello mondiale dell’industria farmaceutica e della filiera della salute in materia di competenze, materie prime, ricerca e sviluppo non permette di prescindere dalle scelte altrui, quale appunto l’adozione di meccanismi come il Mfn, che hanno ricadute profonde sullo scenario internazionale e richiedono risposte urgenti, come ha fatto più volte notare (l’ultima qualche giorno fa, intervenendo al al talk Farmaci, la sfida della competitività tra innovazione e sostenibilità) il presidente di Farmindustria Marcello Cattani (nella foto).

Gli USA, “con un’azione molto chiara e forte, hanno avviato nel 2025 un cambiamento profondo degli equilibri globali della ricerca e dello sviluppo e dell’organizzazione della filiera, con l’obiettivo di rafforzare la propria sovranità e ridurre le dipendenze, soprattutto dall’Europa”  ha spiegato Cattani, che sollecita ormai da mesi la necessità di cambiare in modo radicale approccio e paradigma nella gestione dell’innovazione, chiedendo di valorizzare di più l’innovazione e la ricerca sostenuta negli anni.

La Cina, intanto,  “è diventata un player globale non solo nei principi attivi, ma anche nella ricerca clinica e nell’innovazione. Manca ancora una vera logica value-based a livello regolatorio che consenta percorsi più rapidi” ha sostenuto il presidente degli industriali del farmaco, evidenziando che oggi, solo per fare un esempio, “non esiste un meccanismo strutturato di early access per vaccini e farmaci innovativi per i cittadini italiani. In Europa e in Italia i tempi di accesso e rimborso restano lunghi e frammentati, e si sommano a sistemi regionali disomogenei”.

Per questo” ha concludo Cattani “diventa centrale superare una logica basata solo su costo e sconto, e spostarsi verso un approccio più orientato al valore dell’innovazione, anche affrontando nodi strutturali come il payback. Le risorse aggiuntive al Fondo sanitario e gli interventi sul tetto della spesa per ridurre il payback sono passi importanti, ma serve una soluzione più stabile e definitiva, anche attraverso gli strumenti normativi in discussione”.

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