Roma, 4 ottobre – Come un prestidigitatore, semaglutide continua a tirar fuori dal suo cappello a cilindro nuove proprietà terapeutiche. L’ultima, emersa dai dati di un’analisi post hoc dello studio ‘Step Up’ di Novo, presentati a Milano in occasione del 62° Congresso annuale dell’Easd, la European Association for the Study of Diabetes, conferma che l’uso del farmaco agonista del recettore Glp-1 riduce il grasso nel fegato in nove adulti su 10 con obesità e steatosi epatica.
Più precisamente, secondo l’analisi condotta su una sotto-popolazione di 55 partecipanti, semaglutide (dati aggregati dei dosaggi 7,2 mg e 2,4 mg) riduce la steatosi epatica negli adulti con obesità e senza diabete. La variazione della percentuale di grasso del fegato, valutata mediante imaging epatico considerato gold standard, ha mostrato che nel gruppo trattato con semaglutide il contenuto medio di grasso nel fegato è diminuito dall’8,8% al basale al 3,1% alla settimana 72. I dati hanno inoltre mostrato che 26 partecipanti avevano iniziato lo studio con un quantitativo di grasso epatico superiore al 5% e l’88,5% di questi (pari a 23 partecipanti) – quindi circa nove su dieci – ha raggiunto la soglia inferiore al 5% entro la settimana 72, normalizzando l’accumulo di grasso nel fegato.
“L’analisi dimostra che semaglutide può ridurre il grasso epatico ed è associata a un miglioramento della salute generale del fegato negli adulti con obesità” analizza Roberto Vettor (nella foto), direttore scientifico del Centro per le malattie metaboliche e della nutrizione all’Humanitas Research Hospital di Milano, aggiungendo che i dati emersi suggeriscono che il farmaco “potrebbe aiutare ad affrontare le malattie epatiche precocemente, prima che si trasformino in un grave problema di salute in grado di compromettere, a lungo termine, la funzionalità epatica e in maniera sinergica indurre le complicanze cardiache e renali ed accelerare la progressione dell’obesità verso il diabete di tipo 2. Un dato importante, visto che ben tre persone su quattro con obesità possono presentare steatosi epatica”.
L’analisi esplorativa post hoc ha aggregato i dati di 1.919 partecipanti provenienti dagli studi Step Up e Step Up T2D, di cui 1.312 hanno ricevuto semaglutide 7,2 mg, 304 semaglutide 2,4 mg e 303 il placebo. All’inizio degli studi, oltre il 94% dei partecipanti in tutti i gruppi è stato classificato come ad alto rischio di fegato grasso secondo il Fatty Liver Index (Fli), mentre meno dell’1% rientrava nei criteri di rischio avanzato di fibrosi in base all’indice Fib-4. La popolazione era quindi rappresentativa di persone con obesità e steatosi epatica, ma con iniziale bassa compromissione funzionale non suggestiva di malattia epatica avanzata. Nei 55 partecipanti con steatosi, la quantificazione diretta di grasso nel fegato è stata determinata mediante risonanza magnetica non invasiva con misurazione della frazione di grasso a densità protonica (Mri-Pdff).


