Mnlf e Sinasfa: “Farmacisti vaccinatori? Troppi aspetti ancora da chiarire”

Mnlf e Sinasfa: “Farmacisti vaccinatori? Troppi aspetti ancora da chiarire”

Roma, 22 marzo – Farmacisti vaccinatori: com’era abbastanza prevedibile c’è chi – soprattutto tra i farmacisti non titolari – è tutt’altro che entusiasta della possibilità di consentire ai farmacisti di somministrare il vaccino anti-Covid senza la presenza del medico, introdotta dal recente decreto legge Sostegni.

A esprimersi negativamente su questa nuova misura è in primo luogo il Movimento nazionale dei liberi farmacisti, che avanza tre rilievi critici: il primo è che “non esiste allo stato attuale dei fatti nessuna norma, legge o provvedimento efficace che tutela il farmacista vaccinatore sia sotto il profilo penale che civile. La legge in essere, Gelli-Bianco in materia di responsabilità sanitaria, ha solo reso più ingarbugliata la materia da un punto di vista giuridico, ma non ha risolto le problematiche sul tappeto, Del resto” conclude sul punto Mnlf “quanto successo in Sicilia circa i presunti effetti avversi del vaccino Astra Zeneca e il relativo avviso di garanzia a medici ed infermieri è emblematico”. La seconda considerazione critica si riferisce alla responsabilità in caso di reazione avversa, lieve o grave, a seguito della somministrazione del vaccino da parte del farmacista, che “ricade sulla struttura a cui lo stesso è legato da contratto di lavoro. Proprio la legge Gelli-Bianco (24/2017) incentiva a chiamare in causa la struttura sanitaria”. Il terzo rilievo, infine, è di natura contrattuale: l’attuale Ccnl del farmacista dipendente di farmacia, osserva la sigla dei liberi farmacisti, “è collegato a quello del commercio e non contempla atti medici come l’inoculazione di un vaccino, esso è vacante nel rinnovo da oltre otto anni. Prima si doveva aggiornare il contratto e includere nuove prerogative e tutele legali, solo dopo attuare tali prerogative”.

Il concetto, insomma, è che l'”arruolamento” dei farmacisti tra le fila dei vaccinatori sia stato troppo frettoloso e abbia trascurato aspetti che, invece, non potevano né dovevano essere ignorati. “Per tali motivi il Mnlf ritiene non esserci le condizioni sufficienti perché il farmacista operi direttamente la vaccinazione” si legge nella nota diffusa oggi dai liberi farmacisti “sia perché egli non è tutelato, sia perché la mancanza di un contratto scaduto da oltre otto anni che ricade nel commercio e non in ambiti sanitari, non definisce nello specifico il ‘recinto’ degli oneri e dei doveri a cui attenersi”.

Mnlf riconosce che “la possibilità di vaccinare per il farmacista può essere occasione di crescita”, ma ritiene che “non può essere attuata improvvisando ruoli al solo fine di sostenere carriere politiche o obiettivi economici di una parte minoritaria dei farmacisti italiani. È certamente opportuno” conclude il comunicato “coinvolgere in questa fase il maggior numero di siti vaccinali, ma riteniamo che la presenza del medico sia ora imprescindibile”.

Visualizza immagine di origineMa il pollice verso arriva anche da Sinasfa, il Sindacato nazionale farmacisti non titolari  presieduto da Francesco Imperadrice (nella foto), che valuta le importanti innovazioni introdotte dal Dl Sostegni anche alla luce del Piano nazionale anti-Covid varato dal governo lo scorso 13 marzo,  documento che tra le professioni sanitarie individuate come vaccinatori indica tra le altre  anche la figura del farmacista. “Il problema” osserva Sinasfa “è che non si capisce quali farmacisti saranno coinvolti nella campagna vaccinale: qualsiasi laureato in farmacia indipendentemente dalla professione svolta,  oppure solo a chi esercita la professione in farmacia?”

Se l’intendimento fosse quest’ultimo, scrive Imperadrice in una nota diffusa ieri, sarebbe a suo giudizio “un gravissimo errore che depotenzierebbe la campagna vaccinale, sottraendo a questa task force migliaia di potenziali farmacisti vaccinatori che verrebbero esclusi per il luogo dove esercitano la professione, cosa assolutamente incomprensibile in questo momento così drammatico, nonché  una grave forma di discriminazione  rispetto a dei professionisti che vorrebbero  fare la loro parte per aiutare il Paese”.

“Le farmacie in Italia sono meno di ventimila e abbiamo motivo di credere che un certo numero potrebbe non  aderire alla campagna vaccinale non disponendo dei requisiti minimi indispensabili per poterli fare sia sotto il profilo strutturale che del  personale a disposizione” scrive ancora Imperadrice, che poi solleva una serie di altri interrogativi: “Quante farmacie hanno al massimo uno o due collaboratori che riescono appena a dispensare i farmaci e a svolgere tutte le altre mansioni loro affidate? Si è per caso fatto un censimento conoscitivo per vedere quante farmacie a livello nazionale potrebbero aderire e quindi quale sarebbe la potenzialità di vaccinazioni che potrebbero effettuare? Effettuando le vaccinazioni senza la presenza di un medico, chi presterebbe soccorso per un qualsiasi evento avverso? Di chi sarebbe la responsabilità?”

Il presidente di Sinasfa fa quindi riferimento alla presa di posizione del presidente Fnomceo Filippo Anelli, che proprio ieri ha chiesto al Governo un passo indietro rispetto alla scelta di cancellare con il decreto Sostegni la norma della legge di Bilancio 2021 che stabiliva che le vaccinazioni in farmacia avvenissero sotto la supervisione di un medico. “Noi siamo perfettamente  d’accordo con Anelli, il tema della sicurezza è imprescindibile, il vaccino è un farmaco e deve essere somministrato dopo una valutazione anamnestica e clinica in presenza di un medico che possa raccogliere il consenso informato valutare lo stato di salute del paziente e gestire prontamente eventuali effetti collaterali”.

Fatta salva la condizione della presenza del medico, per Sinasfa – in un momento di emergenza qual è l’attuale – non si può pensare di escludere dalla campagna vaccinale ogni farmacista che possa dare un contributo: dai pensionati ai  farmacisti delle parafarmacie, dagli informatori scientifici del farmaco fino ai colleghi non più iscritti all’ordine professionale per vari motivi. La proposta del sindacato dei non titolari è quella di creare un database unico nazionale dove tutti i circa centomila laureati in farmacia italiani possano registrarsi su base volontaria  e dare la loro disponibilità per  aderire alla campagna vaccinale come farmacisti vaccinatori. “A questo database” scrive Sinasfa “dovrebbero accedere tutti i ‘coordinatori’  che si occupano di organizzare i centri vaccinali in qualsiasi provincia, attingendo  il numero di farmacisti necessario a garantire, insieme agli altri operatori sanitari, un ciclo continuo e senza interruzioni di vaccinatori, cosa che contribuirebbe a raggiungere o addirittura a migliorare  gli obiettivi che il Governo si è prefisso”.

Considerando anche le migliaia di farmacisti collaboratori che lavorano in farmacia per poche ore al giorno con contratti part time, Sinasfa ritiene che potrebbero essere decine di migliaia i  colleghi che aderirebbero alla campagna vaccinale.

“I farmacisti sono pronti a fare la loro parte e a collaborare con tutte le figure sanitarie per somministrare i vaccini alla  presenza di un medico, in strutture ampie e adeguate e con gli stessi diritti di qualsiasi altro operatore sanitario che somministri i vaccini” scrive ancora Sinasfa, elencando quei diritti: dispositivi di protezione individuale, remunerazione proporzionale a quella della altre figure sanitarie che somministrano i vaccini e assicurazione o “scudo penale” così come previsto per tutti i vaccinatori. Il sindacato presieduto da Imperadrice fa anche una proposta relativa alla formazione necessaria e certificata per permettere al farmacista di poter somministrare il vaccino che,  oltre al corso dell’Istituto superiore di sanità, dovrebbe essere fatta da appositi tutor all’interno dei centri vaccinali,  con la consegna al termine del percorso formativo teorico-pratico di un attestato di idoneità alla somministrazione.

In questi termini, conclude Sinasfa,  la partecipazione diretta dei farmacisti alla campagna, oltre a rappresentare “una importantissima missione sociale, potrebbe anche essere un punto di partenza per sviluppare nuove competenze e creare nuove opportunità lavorative al di fuori del lavoro in farmacia, che e sia da un punto di vista contrattuale che remunerativo non offre gratificazione alcuna“.

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