Roma, 15 maggio – Nuova conferma su una correlazione già ben nota: nelle persone con forte obesità gli eventi cardiovascolari gravi (infarto del miocardio, ictus e morte, ovvero i cosiddetti Mace, Major adverse cardiovascular events) sono tra le principali e più gravi complicanze, con tutto ciò che poi ne deriva in termini di costi umani, sanitari ed economici.
Proprio su quest’ultimo aspetto si concentra lo studio condotto dal Ceis (Centre for Economic and International Studies) dell’università di Roma Tor Vergata, che si è proposto di quantificare il valore epidemiologico ed economico dei Mace e stimare l’impatto dei farmaci nella riduzione del rischio nelle persone con obesità in Italia. Dalla ricerca, presentata a Istanbul all’European Congress on Obesity (Eco 2026), è emerso che con terapie efficaci per il trattamento dell’obesità si potrebbero risparmiare, potenzialmente, 550 milioni di euro in due anni.
“In Italia quasi 6 milioni di cittadini, l’11,8% della popolazione adulta, soffre di obesità e circa il 34% è in sovrappeso (Istat 2023), con un impatto significativo sulla salute pubblica e sui costi sanitari” ha ricordato Paolo Sciatella, ricercatore Ceis, evidenziando i dati su cui si basa l’analisi.
Le malattie cardiovascolari sono tra le principali e più gravi complicanze nelle persone con obesità. La stretta correlazione tra obesità e malattie cardiovascolari, oltre a determinare un aumento rilevante della mortalità, ha un notevole impatto anche in termini di ospedalizzazioni e re-ospedalizzazioni. Il trial Select, primo studio sugli esiti cardiovascolari che ha dimostrato una riduzione del rischio con l’utilizzo di semaglutide nei pazienti con obesità, ha stimato il rischio di Mace, stime poi utilizzate per calcolare la riduzione della spesa associata alle re-ospedalizzazioni in pazienti con pregresso evento cardiovascolare, utilizzando i dati provenienti dal flusso delle schede di dimissione ospedaliera (Sdo).
Nell’analisi, in cui i pazienti sono stati seguiti per un periodo di follow-up di 3 anni, sono stati arruolati 912.266 partecipanti. Di questi, 873.922, che non hanno registrato alcuna ospedalizzazione iniziale, presentavano una diagnosi di obesità, 6.382 di sovrappeso, 29.307 di obesità non specificata e 2.655 di obesità grave.
In generale, in Italia nel periodo 2015-2010 sono stati ospedalizzati per Mace 1,4 milioni di pazienti, per una spesa complessiva a carico del Ssn di 2 miliardi. L’incidenza di Mace è maggiore nella popolazione con obesità, con un rischio di insorgenza rilevato del 67-85%, rispetto alle persone in sovrappeso (21-32%).
Le persone con obesità vengono re-ospedalizzate più frequentemente rispetto ai soggetti in sovrappeso: a un mese dal primo ricovero per Mace, le persone con obesità vengono re-ospedalizzate con una frequenza 1,4 volte superiore rispetto a pazienti in sovrappeso. Nelle persone con obesità di classe I (Bmi 30-34,9 kg/m2), il tasso di re-ospedalizzazione aumenta progressivamente nel tempo, passando dal 19,2% al mese 1, al 64% a 3 anni, evidenziando un carico clinico crescente associato a questa sotto popolazione di pazienti.


