Anti-obesità, l’endocrinologo Dal Prato: “Finora nessuna evidenza di complicanze gravi”

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Roma, 8 ottobre – Dall’utilizzo dei nuovi farmaci per l’obesità non sono emersi al momento particolari problemi di sicurezza, se non gli effetti collaterali già noti per questa classe di medicinali, come nausea e, più raramente, vomito. A rassicurare sull’impiego dei farmaci agonisti del recettore Glp-1 e, in particolare, sul fatto che dal punto di vista delle complicanze gravi non sono state fin qui segnalate evidenze particolari è stato Stefano Dal Prato (nella foto), endocrinologo e diabetologo di fama mondiale, parlando con i giornalisti a Firenze in occasione del convegno celebrativo per i 50 anni della Fondazione Menarini, di cui egli stesso è presidente.

“Questo non significa però che non possano emergere problemi nel lungo periodo”  ha subito voluto precisare Dal Prato. “Un conto è condurre studi della durata di uno, due o tre anni, un altro è avere persone che assumono questi farmaci per cinque, sette, otto o dieci anni. Al momento non abbiamo elementi che evidenzino un potenziale rischio, ma è sicuramente necessario avviare e mantenere un’attenta attività di farmacovigilanza, che consenta di individuare tempestivamente eventuali nuovi dati. Quello che sappiamo – ha aggiunto – è che nei soggetti con obesità e diabete questi farmaci vengono studiati e utilizzati ormai da molti anni e non sono emerse particolari segnalazioni di effetti collaterali gravi”.

Secondo Dal Prato, per oltre vent’anni ordinario di Endocrinologia all’Università di Pisa, le questioni da approfondire riguardano soprattutto la gestione della perdita di peso. “Il problema è capire quale livello di riduzione del peso sia appropriato, quando una riduzione possa diventare eccessiva e, soprattutto, quando sia necessario fermarsi. Gli studi sull’impiego di questi farmaci nell’obesità sono relativamente recenti e siamo ancora in una fase di acquisizione di informazioni”.

Quanto ai possibili sviluppi terapeutici oltre il diabete e l’obesità, Dal Prato ha sottolineato che “sono in corso valutazioni anche per altre patologie”. Tra queste, le malattie neurodegenerative. “Sono stati condotti studi, per esempio, sull’Alzheimer e sulla malattia di Parkinson, anche sulla base di dati preclinici che avevano ipotizzato un possibile effetto protettivo di questi farmaci. Gli studi finora disponibili, però, non hanno fornito indicazioni particolarmente significative. In questo momento, quindi, non abbiamo un’evidenza che supporti questo tipo di impiego, anche se la ricerca continuerà”.

“Più recentemente – ha concluso Dal Prato – sono emersi dati, presentati anche al congresso dell’Easd – Associazione Europea per lo Studio del Diabete a Milano, relativi a una possibile riduzione della mortalità per cause infettive associata a tirzepatide. Sono state riportate segnalazioni analoghe anche per semaglutide. Si tratta di informazioni che dovranno essere approfondite attraverso studi specifici, per capire se e in quale misura questi farmaci possano contribuire a ridurre il rischio anche di queste condizioni”.

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