Roma, 20 marzo – Uno dei più vieti luoghi comuni, “non esistono più le mezze stagioni”, esprime in realtà una grande verità, almeno per le allergie. Che cominciavano notoriamente a imperversare con l’arrivo della primavera e l’inizio della circolazione dei pollini. Ma l’aumento globale delle temperature – che non esiste, almeno giudizio dei non pochi governanti del mondo che hanno opinioni diverse dalla realtà e pretendono che a cambiare sia la realtà e non le loro opinioni – ha tra i suoi effetti anche quello di cambiare il calendario delle allergie ai pollini. E cosi se fino a qualche decennio fa la maggior parte delle allergie respiratorie si concentrava in primavera, oggi la pollinazione di molte piante tende ad anticipare e a prolungarsi. La conseguenza è che le stagioni sono meno definite e i sintomi delle allergie compaiono prima del previsto e durano più a lungo nel corso dell’anno, con periodi di pausa sempre più brevi e con effetti diretti sulla salute dei bambini, target elettivo delle allergie da pollini.
Cambiamento climatico, l’impatto sulle allergie
Uno degli effetti più evidenti del cambiamento climatico è appunto l’anticipo delle pollinazioni. Piante che in passato iniziavano a rilasciare pollini a metà febbraio oggi possono farlo già a gennaio o, in alcuni casi, persino durante il periodo natalizio. Allo stesso tempo le stagioni allergiche tendono ad allungarsi. Le graminacee possono iniziare a pollinare settimane prima rispetto al passato e, in alcune annate, presentare anche una seconda fioritura a fine estate. Il risultato è una stagione allergica che si estende progressivamente e che rende sempre più difficile individuare periodi realmente “liberi” dai pollini.
Questa trasformazione ha conseguenze importanti per la diagnosi, soprattutto nei bambini che spesso sono sensibilizzati a più pollini contemporaneamente. Quando le stagioni polliniche si sovrappongono diventa infatti più difficile individuare il polline responsabile dei sintomi basandosi solo sulla storia clinica del bambino.
Ma al cambiamento climatico va anche addebitata la responsabilità della diffusione di specie vegetali allergeniche in aree dove in passato erano rare o assenti. Un esempio è l’ambrosia, originaria del Nord America, che negli ultimi decenni si è diffusa in molte zone d’Europa e oggi è responsabile di numerosi casi di allergia respiratoria sia nell’Italia settentrionale che in altre regioni del Paese. L’aumento delle temperature, le variazioni di umidità e la maggiore frequenza di eventi meteorologici estremi possono inoltre influenzare anche la presenza di muffe nell’ambiente. In alcuni casi si possono verificare fenomeni come la cosiddetta ‘asma da temporale’: durante temporali particolarmente intensi, i pollini possono frammentarsi e liberare nell’aria grandi quantità di particelle allergeniche, con possibili picchi di attacchi asmatici.
“Il cambiamento climatico ha modificato completamente il modo in cui osserviamo e gestiamo le allergie ai pollini” spiega al riguardo il prof. Alessandro Fiocchi (nella foto), responsabile di Allergologia del Bambino Gesù, struttura alla quale si rivolgono circa 7.500 bambini all’anno, numero in costante crescita dal 2022. “Le stagioni polliniche sono più lunghe e meno distinguibili tra loro e questo significa che i bambini allergici hanno sintomi sempre più precoci e più prolungati. Molti di loro oggi risultano allergici a diversi pollini e, con stagioni che si sovrappongono sempre di più, la sola osservazione dei sintomi non basta più per identificare l’allergene responsabile” sottolinea l’allergologo, che spiega così la necessità di ricorrere a diagnostiche molecolari sempre più avanzate, “che permettono di individuare con precisione le singole componenti allergeniche”.
Diagnostiche molecolari avanzate per “mappare” gli allergeni
Per affrontare questa nuova complessità, accanto ai test tradizionali – come il test cutaneo e la ricerca delle IgE specifiche nel sangue – stanno assumendo un ruolo sempre più importante le diagnostiche molecolari. Si tratta di esami che permettono di identificare non solo il polline responsabile, ma anche le singole molecole allergeniche presenti al suo interno. Alcune di queste componenti sono infatti associate a forme di allergia più intense o a un maggiore rischio di sviluppare asma.
L’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, ad esempio, dispone tra i suoi strumenti più innovativi pannelli diagnostici avanzati in grado di analizzare centinaia di allergeni contemporaneamente, offrendo così una vera e propria “mappa” delle sensibilizzazioni del paziente e consentendo di personalizzare le terapie, inclusa l’immunoterapia allergene-specifica.
Allergie nei bambini, i dati del Bambino Gesù
In Italia le allergie ai pollini sono tra le principali cause di rinite allergica in età pediatrica. Studi sulla popolazione scolastica indicano che la sensibilizzazione ad almeno un allergene aero-disperso riguarda quasi il 40% degli adolescenti, mentre la rinocongiuntivite allergica interessa circa il 18%. Considerando che nel 2024 i bambini tra 0 e 14 anni in Italia erano circa 7 milioni, si stima che i piccoli allergici ai pollini possano essere tra 1,2 e 2,7 milioni.
All’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù ogni anno vengono seguiti circa 10 mila bambini e ragazzi con pollinosi. Di questi, 7.500 si rivolgono agli ambulatori per allergia ai pollini, mentre altri 2.500 vengono valutati in consulenza allergologica durante ricoveri o visite per altre patologie. Circa 1.000 pazienti sono in trattamento con immunoterapia allergene-specifica.
Negli ultimi anni si è osservato anche un aumento dei casi. Nel 2019 i pazienti con allergie respiratorie pediatriche seguiti dall’ospedale erano circa 5.000, con 670 bambini in immunoterapia. Dopo la riduzione degli accessi tra 2020 e 2021 dovuta alla pandemia, si è registrata una forte ripresa delle diagnosi tra il 2022 e il 2023, seguita da un ulteriore aumento tra il 2024 e il 2025, in parallelo con stagioni polliniche più lunghe e intense. Ogni anno gli ambulatori di allergologia intercettano inoltre circa 5.800 nuovi casi di pollinosi: circa 370 bambini iniziano l’immunoterapia mentre oltre 5.500 pazienti vengono gestiti con altre strategie terapeutiche e seguiti dal pediatra di famiglia.


