Osservatorio Policlinico Milano: “Sanità digitale, nel 2025 raggiunti i 2,7 mld di spesa”

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Roma, 27 maggio – Nell’ultimo anno due italiani su tre hanno usato il fascicolo sanitario elettronico, al quale hanno fatto accesso anche quasi la metà dei medici specialisti, poco meno di uno su due. E sempre tra gli specialisti, sette su dieci hanno usato la Cartella clinica elettronica. Sembrerebbero dati indicativi di una confortante e sicura marcia in avanti nel percorso di digitalizzazione sanitaria in Italia ma – da quanto emerge dallo scenario delineato dall’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano – la realtà sembra essere più controversa e problematica.

È ben vero che la spesa ha raggiunto i 2,7mld di euro, segnando un incremento del 9% in un anno, e che la trasformazione tecnologica e gli interventi del Pnrr lasciano all’Italia un patrimonio di infrastrutture come piattaforme di Telemedicina, Fascicolo sanitario elettronico 2.0, Cartelle cliniche elettroniche, ma nella pratica – osserva il Policlinico – il sistema non è ancora utilizzato a pieno: nel post Pnrr (che non è stato certo avaro di risorse) un terzo delle strutture pubbliche teme un ridimensionamento dei progetti avviati, con una situazione di incertezza nel percorso di trasformazione digitale della sanità.

Tra i principali ostacoli all’innovazione, sintetizza un lancio di Radiocor, la limitata disponibilità di risorse economiche è la prima barriera individuata da un’azienda sanitaria su due (50%), cui si affiancano la carenza di competenze (32%) e la scarsa cultura digitale nelle organizzazioni (25%). Tra le priorità strategiche per il 2026 c’è, dall’altra parte, la cybersecurity, prima preoccupazione per nove aziende sanitarie su dieci (90%), seguita dai servizi digitali al cittadino (81%), dalla Cartella clinica elettronica (76%) e dalla Telemedicina (74%). Un contesto in cui l’Ai si afferma come ambito di interesse strategico in rapida ascesa indicato nel 71% dei casi, contro il 63% di un anno fa.

Ma l’ingresso dell’Ai nella “realtà” quotidiana per lo più prescinde da un’implementazione strutturata così come dalle competenze. E i dati dell’Osservatorio attestano che la sua diffusione nelle aziende sanitarie  è limitata. Solo il 30% dei medici è formato sull’Ai e complessivamente appena il 2% degli specialisti ha competenze “buone” o “ottime” nelle quattro aree identificate dall’Osservatorio: ad esempio, tra le competenze legate all’uso pratico dell’Ai soltanto il 17% è in grado di riconoscere contenuti generati artificialmente. Ancora meno (15%) sono coloro che possiedono competenze “buone” o “ottime” nel comprendere gli impatti sui processi di gestione del cambiamento e meno della metà è consapevole che il controllo degli output prodotti dall’Ai rientra nelle proprie responsabilità professionali.

“L’intelligenza artificiale  rappresenta oggi il possibile nuovo salto evolutivo della sanità digitale italiana” ha spiegato la direttrice dell’Osservatorio, Chiara Sgarbossa (nella foto). “Grazie a tecnologie sempre più avanzate e a una disponibilità senza precedenti di dati integrati e condivisi, può generare un impatto profondo su pratica clinica ed esperienza dei pazienti. La sua diffusione però richiede responsabilità e un giusto senso di urgenza: l’innovazione corre più veloce delle regole” osserva Sgarbossa. “La vera sfida è come governare lo sviluppo dell’Ai in modo etico, sostenibile e inclusivo, definendo competenze, regole e strumenti“.

In ogni caso, gli esperti dell’Osservatorio rimarcano come a inizio 2026 “gli effetti tangibili degli investimenti Pnrr sulla telemedicina non si sono ancora manifestati, poiché le Infrastrutture regionale di Telemedicina (Irt) risultano attive ma ancora in fase di diffusione. Nei prossimi mesi sarà pertanto cruciale supportare la transizione dei professionisti dalle piattaforme attuali alle Irt, favorendone la piena adozione“. Intanto, tra i medici l’uso di questi strumenti resta stabile, con il 29% degli specialisti e dei medici di famiglia che hanno effettuato televisite.

Lo scenario è in evoluzione, sintetizza l’Osservatorio, ma ancora complesso: “Dopo la costruzione delle infrastrutture digitali per la sanità, ora la vera sfida è culturale e organizzativa: far sì che le tecnologie siano realmente adottate, che i processi siano ripensati e che le competenze si diffondano in modo capillare” afferma Mariano Corso (nella foto), responsabile scientifico dell’Osservatorio Sanità Digitale. Ma per farlo bisogna vincere la scommessa della sostenibilità: come già ricordato, la scarsità di fondi è la prima barriera segnalata dalle strutture (50%) e nel post Pnrr – giunto ormai ai titoli di coda – c’è ancora un terzo delle aziende sanitarie (il 33%) che teme un ridimensionamento dei progetti.

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