Roma, 20 settembre – Secondo il sistema di sorveglianza OKkio alla Salute, coordinato dall’Istituto superiore di sanità, nel nostro Paese tra i bambini di 8-9 anni la quota di chi è in sovrappeso si attesta attualmente intorno al 19% e quella di chi è in condizione di obesità intorno al 10%, con un ulteriore 2,6% di obesità grave. I dati, anche se in lieve miglioramento rispetto agli anni scorsi, sono preoccupanti e collocano l’Italia tra i primi Paesi europei per prevalenza di sovrappeso e obesità infantile. Ma un’altra cattiva notizia arriva dalla sorveglianza Hbsc, che segue invece la fascia adolescenziale degli 11, 13, 15 e 17 anni, confermando che il fenomeno non si esaurisce con l’infanzia, ma accompagna i ragazzi lungo tutto il percorso di crescita, con differenze territoriali significative che vedono le Regioni meridionali e i contesti socio-economici più svantaggiati maggiormente colpiti.
È quanto emerso dal convegno promosso qualche giorno fa dall’Iss in collaborazione con l’Ame Ets, l’Associazione dei medici endocrinologi. dedicato al tema Linee guida per la gestione del sovrappeso e dell’obesità in età adolescenziale. Dal quale, appunto, è emerso che l’obesità infantile non è una condizione transitoria, ma una patologia cronica che spesso arriva fino all’età adulta, incrementando sensibilmente il rischio di diabete, malattie cardiovascolari, patologie tumorali e disturbi psicologici.
“Studi longitudinali hanno evidenziato che circa il 55% dei bambini obesi rimane obeso durante l’adolescenza e che oltre il 70% degli adolescenti con obesità continua a esserlo in età adulta” ha confermato il presidente dell’Iss Rocco Bellantone (nella foto). “Questi numeri non sono semplici dati clinici, ma testimoniano una sfida di sanità pubblica che si vince investendo sulla crescita culturale e sul ruolo strategico del sistema educativo. Questo fenomeno, definito tracking dell’obesità, è il risultato di una complessa interazione tra fattori genetici, ambientali, comportamentali e socioeconomici”.
Prima cosa da fare, dunque, è sgombrare il campo dalla (diffusa) falsa credenza che il bimbo cicciotello perdere i suoi chili naturaliter con la crescita. Perché non è così, come ha ricordato Roberto Vettor, direttore scientifico e coordinatore clinico del Centro per le Malattie metaboliche e della Nutrizione dell’Irccs Istituto Clinico Humanitas Research Hospital di Rozzano. “Quando l’obesità compare in età evolutiva, la probabilità che si mantenga nel tempo è elevata e con essa aumenta anche l’esposizione prolungata ai suoi effetti metabolici e alle potenziali complicanze” spiega l’esperto. “L’adolescenza rappresenta una finestra decisiva: intervenire precocemente modifica la traiettoria della malattia prima che questa si consolidi nell’età adulta. In altri termini: esiste un continuum di malattia e deve esistere anche un continuum di terapia: la presa in carico deve accompagnare il paziente nelle diverse fasi della vita, adattandosi all’evoluzione della condizione e alla risposta agli interventi”.
Considerazione condivisa e ripresa da Marco Chianelli, endocrinologo dell’Ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale, coordinatore della Commissione Obesità di Ame e chair della linea guida sulla Terapia del sovrappeso e dell’obesità nella popolazione adulta oggetto di un recente aggiornamento. “L’obiettivo non è soltanto ottenere una riduzione del peso, ma prevenire o ritardare le complicanze e modificare il più possibile il rischio futuro” spiega Chianelli. “Dobbiamo imparare a utilizzare tempestivamente le risorse oggi disponibili per migliorare le prospettive di salute e l’aspettativa di vita contenere la spesa sanitaria correlata alla gestione delle complicanze”.
Le conseguenze dell’obesità infantile in età adulta, dal cuore alla salute mentale: tutti i rischi
“L’esposizione prolungata all’eccesso di tessuto adiposo dovuta all’obesità infantile e adolescenziale” ha sottolineato Marco Silano, direttore del Dipartimento Malattie cardiovascolari, endocrino-metaboliche e invecchiamento dell’Iss, entrando nel vivo delle conseguenze legate all’eccesso di peso nell’infanzia “determina un accumulo progressivo di danni metabolici e vascolari che possono manifestarsi pienamente nelle decadi successive della vita”.
Tra le conseguenze più rilevanti vi è l’aumento del rischio di diabete mellito di tipo 2, l’insorgenza precoce di ipertensione arteriosa, dislipidemia e aterosclerosi sub-clinica. Queste condizioni possono contribuire ad aumentare significativamente, nel corso della vita, il rischio di infarto miocardico, ictus e altre malattie cardiovascolari. Numerosi studi hanno inoltre evidenziato un’associazione tra un elevato indice di massa corporea durante l’infanzia e un maggiore rischio cardiovascolare negli anni successivi.
L’eccesso di peso è inoltre associato a un aumento del rischio di diverse forme tumorali, tra cui quelle del colon-retto, dell’endometrio, della mammella in post-menopausa, del rene e dell’esofago. Il rischio oncologico è legato soprattutto alla persistenza dell’obesità e all’esposizione prolungata ai suoi effetti metabolici nel corso della vita.
Le conseguenze riguardano anche la salute mentale e la qualità della vita. Bambini e adolescenti con obesità possono presentare una maggiore probabilità di sviluppare bassa autostima, isolamento sociale, ansia e depressione. Il disagio psicologico e lo stigma associato al peso possono ripercuotersi sul percorso scolastico, sulle relazioni sociali e, nel lungo periodo, sulle opportunità di vita e di lavoro.
L’obesità infantile è inoltre associata a una maggiore frequenza di disturbi del sonno, in particolare della sindrome delle apnee ostruttive del sonno, che può compromettere ulteriormente la qualità della vita e il benessere psicofisico.
La prevenzione e la presa in carico lungo tutto l’arco della vita
Per gli esperti, l’obesità infantile e adolescenziale deve pertanto essere considerata una condizione cronica che richiede interventi precoci, continuativi e multidisciplinari. Così la definisce anche l’aggiornamento del Piano nazionale cronicità. L’obiettivo non è soltanto intervenire sul peso, ma agire sui diversi fattori che contribuiscono allo sviluppo e alla persistenza dell’obesità, coinvolgendo bambini, adolescenti, famiglie, scuola, servizi sanitari e comunità.
“Le strategie di prevenzione, fondate sulla promozione di una sana alimentazione, sull’attività fisica regolare e sulla riduzione dei comportamenti sedentari, rappresentano investimenti fondamentali per ridurre il carico futuro di diabete, malattie cardiovascolari, tumori e disabilità” prosegue Silano. “Contrastare l’obesità infantile e adolescenziale significa migliorare la salute dell’intero corso di vita, ridurre le disuguaglianze sanitarie e garantire una maggiore sostenibilità dei sistemi sanitari nei decenni futuri”.
Cosa prevede la nuova Linea guida nazionale
È in questo quadro che si inserisce la nuova Linea guida nazionale sulla terapia del sovrappeso e dell’obesità resistenti al trattamento comportamentale negli adolescenti tra i 12 e i 18 anni, pubblicata il 17 luglio 2026 nel Sistema nazionale Linee Guida dell’Iss. L’Associazione Medici endocrinologi è società capofila del documento, realizzato insieme ad Adi, Amd, Fadoi, Sie, Siedp, Sio e Sisdca, con il coinvolgimento di numerose società scientifiche, associazioni professionali e rappresentanti dei pazienti.
“La nuova Linea guida definisce un percorso di cura strutturato e basato sulle evidenze” è la conclusione di Marco Cappa, responsabile dell’Unità di Ricerca per le Terapie Innovative per le Endocrinopatie dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù Irccs. “L’approccio all’adolescente con sovrappeso e obesità non può essere ridotto a una semplice indicazione a mangiare meno o a fare più attività fisica: quando il trattamento comportamentale non è sufficiente, è necessario valutare il singolo paziente e garantire una presa in carico multidisciplinare, attraverso un percorso di cura appropriato e continuativo”.


